“Non sono le cose in sé a preoccuparci, ma le opinioni che maturiamo su di esse” – Epitteto
Cosa è lo stress per le persone e come lo vivono?
Prima di proporre soluzioni per gestire lo stress, è necessario capire come le persone lo vivono.
Se si chiede alle persone che cosa sia per loro lo stress, come ad esempio ad un corso aziendale sulla gestione dello stress, o in una seduta di psicoterapia o di coaching, si ottengono vari tipi di risposta, in genere in base agli scenari che ogni persona percepisce come difficoltosi o che determinano reazioni emotive sgradevoli. Alcuni esempi di definizioni o narrazioni legate al concetto di stress che ho raccolto dai partecipanti ad alcuni corsi o in sede di consulenza individuale negli ultimi 15 anni:
– affaticamento mentale e fisico
– ansia e tensione
– alzarmi la mattina
– senso di precarietà nel lavoro
– incomprensioni
– mancanza di comunicazione e di rispetto
– problemi familiari
– clima negativo sul posto di lavoro
– dover fare le cose di fretta
– fare sempre le stesse cose e avere troppe cose da fare
– troppe responsabilità e attività
– pochi momenti di pausa o riposo durante la settimana tra lavoro e casa
Possiamo rilevare tra le narrazioni sopra alcune categorie:
– gli stati emotivi e fisiologici, tra cui l’affaticamento
– le relazioni e i conflitti
– la percezione di avere tante o troppe cose da fare (gestione del tempo e delle attività)
Quali persone sono soggette allo stress e in che modo?
Tutti gli individui sono soggetti agli stimoli stressanti, che possono metterli in difficoltà in alcuni momenti della vita. La risposta di ognuno però è diversa. Hans Selye (il medico e ricercatore che fu chiamato “il padre dello stress”), distinse tra “eustress” (dal greco eu = buono) o stress buono, che si contrappone al “distress” o stress nocivo. Per cui gli stimoli stressanti di per sé non portano a una reazione emotiva o fisiologica sgradevoli o nocive. Dipende molto dalla valutazione soggettiva.
Lo psichiatra e psicoterapeuta Victor Frankl, che visse la drammatica esperienza dei campi di concentramento nazisti, notò che l’essere umano ha una libertà di rispondere agli eventi della vita in modo personale. I suoi aguzzini potevano fare quello che volevano con lui e il suo corpo, ma lui aveva il potere di decidere quanto quelle azioni influivano su di lui. È stato attribuito a lui lo sviluppo del concetto di proattività, o atteggiamento di responsabilità e prontezza all’azione.
Lo stress percepito da manager e imprenditori.
I manager riferiscono negli incontri di formazione e di coaching che devono gestire le persone in azienda e i risultati. Possono essere sottoposti a elevate pressioni per far quadrare i conti, portare profitti, condurre i collaboratori a conseguire gli obiettivi di produttività e di performance. Anche loro possono essere soggetti a insoddisfazione lavorativa e incertezze sulla propria realizzazione personale (delusione e demotivazione per mancata promozione anche dopo anni di duro lavoro e risultati) o sentirsi in difficoltà a gestire persone e avere la sensazione di non essere seguiti, con forti frustrazioni.
Possono crearsi rapporti sgradevoli con i superiori che non sempre comunicano in modo efficace o corrispondono a modelli di leadership supportiva o improntata alla cooperazione.
Le stesse cose si possono dire degli imprenditori, che possono percepire anche il peso della burocrazia e delle responsabilità legali, sociali e ambientali, e di garantire i posti di lavoro e la sussistenza economica delle famiglie dei lavoratori nei momenti di stallo o congiuntura economica. O il gap rispetto ai competitor in un dato momento di mutamento del mercato, o altri fattori ancora.
Lo stress percepito dai professionisti sanitari.
Molti professionisti sanitari riferiscono di essere sottoposti a carichi di lavoro settimanali elevati, lunghi turni, turni notturni e straordinari, lavoro nel week-end e giorno di riposo settimanale a volte assente. Ciò può portare ad accumulo di fatica fisica e mentale. Si può percepire la pressione della responsabilità che si ha verso la salute delle persone e della loro vita. Sono a contatto quotidiano con la sofferenza umana e con la morte.
Gli specializzandi dei vari settori nel periodo di formazione sono sottoposti a carichi di lavoro mediamente più elevati, condizioni di lavoro e trattamenti peggiori, paura di sbagliare ancora più alta in fase di apprendimento e ridotta esperienza. La limitazione progressiva delle risorse nel sistema sanitario può peggiorare le condizioni di lavoro e disattendere le aspettative di utenti, pazienti e delle loro famiglie, il che aumenta la pressione verso i professionisti sanitari.
Cosa fare se non posso ridurre gli stimoli stressanti?
Una prima soluzione a cui si pensa spesso, anche nei contesti aziendali in cui si effettua una valutazione dello stress lavoro-relato, è di individuare gli stimoli stressanti e cercare di attuare degli interventi per diminuirli. Questa è sicuramente una buona prima soluzione, anche se non è sempre possibile, o non sempre è risolutiva. Spesso aiuta anche la consapevolezza che abbiamo rispetto agli stimoli e alla loro valutazione, e una conseguente strategia di reframing, o ristrutturazione (si veda anche l’appraisal e il coping in seguito), in cui cambia il significato che si dà alla situazione, in modo da favorire una diversa reazione emotiva e una maggiore probabilità di vedere soluzioni e strategie diverse per farvi fronte. Oppure un cambio di mindset (atteggiamento), o un cambio di strategie usate.
I testi sull’auto aiuto sono utili?
Certamente possono essere utili, perché ci danno la possibilità di ragionare in modo proattivo alla ricerca delle soluzioni ai nostri problemi. Soprattutto quando ci propongono degli esercizi, attività di problem solving, focalizzazione, sviluppo di consapevolezza, nozioni utili per arricchire la nostra visione delle situazioni e allargare lo sguardo verso diverse soluzioni da quelle provate, favorite da prospettive nuove.
D’altra parte, ci sono anche alcuni rischi. Uno è quello della “sindrome dello studente di medicina”, che non è affatto una malattia, ma una tendenza di ragionamento. Essa è tipica degli studenti in formazione nei vari campi sanitari, che leggendo i sintomi delle malattie nei manuali possono pensare: “questo ce l’ho… questo ce l’ho”, magari sovrastimandone la frequenza o l’intensità. Un fenomeno simile può accadere quando si vanno a cercare informazioni su qualcosa che ci preoccupa, ad esempio lo stress. Un individuo si può chiedere: “sono stressato?” e andare alla ricerca dei sintomi. Il rischio è di autodiagnosticarsi una ipotetica patologia senza essere un esperto del settore, e soprattutto con uno sguardo preoccupato invece che distaccato e oggettivo.
Inoltre, c’è il rischio, non avendo la padronanza della materia, di farsi influenzare da nozioni e informazioni che non si sa ricollocare all’interno di un quadro più complesso o non si sa valutare con competenza. Oppure si leggono alcune soluzioni che possono andare bene per casi specifici che non sono rispondenti al proprio, con tendenza alla generalizzazione.
Oltre all’aiuto che può dare in ogni campo di interesse la lettura di contenuti e strategie, un esperto può aiutare a “correggere il tiro” e fornire consulenza più specialistica, soprattutto quando c’è disagio psicologico e percezione di non riuscire a farcela da soli. E può ricollocare eventualmente i problemi percepiti in contesti diversi dove trovare soluzioni più efficaci.
Un’altra strategia per gestire lo stress: il mindset.
Abbiamo già visto l’atteggiamento sviluppato per superare le difficoltà da Viktor Frankl. Stephen Covey, che ha maturato strumenti di time management (gestione del tempo e degli obiettivi), ha ripreso la proattività e il suo opposto, la reattività (termine con cui intende un atteggiamento passivo-vittimistico).
L’atteggiamento reattivo ci porta a vedere le nostre azioni come causate da fattori esterni, su cui percepiamo di non potere fare nulla. Una delle modalità comunicative fallimentari legate spesso alla reattività è la lamentela (vedi il libro dello psicoterapeuta Salvo Noè, Vietato lamentarsi). L’autore fa notare che, se all’inizio lamentarci ci dà l’impressione di stare meglio per lo sfogo, se protratta ci fa focalizzare sul problema ma non sulle soluzioni, e quindi non ci fa progredire.
Il mindset (=atteggiamento mentale) proattivo, ci vede invece come responsabili delle nostre scelte e azioni, e quando non lo siamo ci porta a cercare soluzioni per fronteggiare comunque le difficoltà. Questo si collega con le possibilità da noi percepite di gestire o meno gli stimoli e gli eventi stressanti.
Metodi e strumenti dello psicoterapeuta per aiutarti a gestire lo stress.
Per prima cosa uno psicoterapeuta può aiutare a inquadrare il problema portato in studio dalla persona. Spesso le persone usano la parola stress come contenitore dove ci sono dentro tanti fenomeni, come l’ansia, i conflitti, l’umore, pensieri intrusivi, etc. Quando il problema sia ricollocabile in un ambito diverso lo psicoterapeuta ha altri strumenti per aiutare la persona con la psicoterapia e i migliori protocolli di trattamento validati per i vari disturbi o disagi psicologici portati, come ad esempio nel caso dell’ansia e dei disturbi collegati.
Nelle sedute uso gli strumenti e i protocolli della psicoterapia interazionista-strategica per i problemi riconducibili a disagi psicologici e disturbi. Negli altri casi uso per lo più il coaching, lavorativo o manageriale. Trasversale ai due approcci c’è il problem solving strategico, che stimola il cambiamento attraverso letture arricchite delle situazioni e dei problemi, analisi delle soluzioni tentate, scoperta di soluzioni e azioni nuove e più funzionali.
Come uno psicoterapeuta può aiutarti a gestire lo stress.
Nei problemi relativi al tempo e alle attività (che si porta dietro aspetti come urgenza, procrastinazione, obiettivi non calibrati, etc.) valuto insieme alla persona le strategie di time management, confermando quelle già funzionali e suggerendone di nuove dove serve.
Nei problemi relativi alle relazioni e ai conflitti, posso supportarti nell’implementare le tue abilità sociali, migliorare le strategie comunicative e implementare abilità di negoziazione cooperativa, nelle relazioni in generale come nei contesti aziendali difficili.
Nell’ambito delle emozioni, posso supportarti nelle abilità anche collocabili nell’area dell’intelligenza emotiva, che comprendono la consapevolezza delle emozioni proprie e altrui e la loro gestione. Nelle situazioni interpersonali percepite come stressanti, queste abilità aumentano le risorse della persona e permettono di migliorare le strategie di coping.
Conclusioni.
Le mie soluzioni, riassumendo, sono le seguenti.
Capire insieme alla persona i problemi e come vengono percepiti. Valutare il mindset e le strategie di coping e arricchirli dove serve. Non ci sono soluzioni generalizzabili a tutti ma va fatto un lavoro personalizzato. Questo vale nel coaching come nella psicoterapia.
Valorizzare i punti di forza e le risorse individuali già presenti.
Ricontestualizzare se serve, se il problema è ricollocabile in un altro ambito (ad es. la psicoterapia).
Costruire gli obiettivi terapeutici o di coaching insieme alla persona e implementare le soluzioni. Proporre cornici di lettura nuove e azioni che promuovano il cambiamento.
Monitorare l’andamento delle strategie e quando serve ricalibrarle o proporne di nuove.
Giovanni Iacoviello
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